Giuseppe Sgattoni è una persona molto conosciuta e stimata a Grottammare, in pensione da settembre 2024.
Ha dedicato la sua carriera agli altri con passione e spirito di servizio, diventando un punto di riferimento per centinaia di assistiti che a lui si affidavano con profonda fiducia. La sua assistenza era rigorosa, scrupolosa e ricca di umanità. In un’epoca in cui la medicina generale sembra talvolta costretta dai ritmi frenetici a sacrificare l’ascolto, il dottor Sgattoni si ostinava a dedicare a ciascuno il tempo necessario: misurare il battito, auscultare i polmoni, approfondire con le giuste domande l’origine del dolore. Il tutto senza curarsi dell’attesa in sala dove, d’altra parte, nessuno provava fastidio o insofferenza: tutti i pazienti conoscevano la sua scrupolosità e sapevano che, una volta varcata la porta, avrebbero ricevuto la medesima attenzione.
Oggi dottor Sgattoni è in pensione e ha lasciato il posto a colleghi più giovani ed energici. Tuttavia, per gli abitanti del nostro paese rimane una figura di famiglia, una presenza che infonde sicurezza anche ora che è “a riposo”.
Come sta vivendo questo nuovo capitolo dopo una vita passata al servizio degli altri?
Sono stato un medico di medicina generale molto impegnato, quindi all’inizio, trovandomi con tanto tempo libero, mi sono sentito disorientato. Il giorno dopo il pensionamento ho visto la sala d’attesa vuota e la cosa mi ha inizialmente rattristato. Poi, vedendo che le persone continuavano a cercarmi e a telefonarmi, mi sono rassicurato. Oggi continuo a esercitare la libera professione: certo, non con i ritmi di prima.
Il distacco, quindi, non è stato netto.
No, anche sé, prima visitavo molti pazienti al giorno.
Quanti assistiti aveva prima di andare in pensione?
Oltre 1.500.
Tanti. Dato il tempo limitato, era possibile curare tutti in maniera soddisfacente?
Svolgevo orari impegnativi, come molti colleghi: dalle 8 del mattino alle 14 in ambulatorio, per poi proseguire con le visite domiciliari nel pomeriggio. Si, era impegnativo ma provavo a fare sempre del mio meglio. Adesso invece gestisco la giornata tra la mia attività privata e la famiglia; la libera professione mi permette di restare legato alle persone e al mio lavoro.
Si rimane medici a vita?
Sì, si rimane medici. Secondo me ci si nasce: forse siamo stati scelti per fare questo professione.
Quando è iniziata la sua carriera?
Mi sono laureato a febbraio del 1980 a Perugia.
Ha sempre desiderato fare il medico, fin da ragazzo?
Sì, sono sempre stato attratto dalle scienze. Ho frequentato il Liceo Scientifico con ottimi risultati in materie scientifiche e, all’ultimo anno, ho deciso di iscrivermi a Medicina. Ho studiato per diventare medico chirurgo e poi, nel 1985, ho conseguito la specializzazione in endocrinologia, sempre a Perugia. È una branca che mi affascinava molto e che ho applicato costantemente nella cura dei miei pazienti.
Ero una delle sue pazienti e ricordo che, ogni volta che arrivavo, la sala d’attesa era piena. Le persone si fidavano ciecamente di lei perché trovavano attenzione e risposte concrete. Lei percepiva questa profonda fiducia?
Posso dire di aver dedicato la vita ai miei pazienti: la professione mi ha assorbito totalmente. Ho sempre visto in chi avevo di fronte una persona, mai una semplice malattia; casomai, vedevo la patologia inserita nella persona. Il paziente non è solo un organo da curare, ma un essere fatto di corpo, anima e psiche. Certo, serve la massima attenzione al problema specifico per cui si rivolge a noi, ma senza mai perdere di vista la sua totalità.
Ha mai avuto difficoltà nel comunicare una diagnosi grave o infausta? Come affrontava questi momenti?
Sì, la difficoltà c’era. Riflettevo bene sul caso e cercavo sempre di lasciare aperta una porta alla speranza. Al paziente non va mai tolta la speranza, anche quando la guarigione non è possibile. Si possono però spiegare con chiarezza le tappe della malattia, le possibilità terapeutiche o la cronicizzazione, accompagnando la persona passo dopo passo. Nella nostra professione inoltre è fondamentale confrontarsi con altri medici di medicina generale e con validi specialisti: la collaborazione con i colleghi ospedalieri ad esempio evita di isolarsi nel proprio ambulatorio. Ho sempre lavorato in sintonia con loro e c’è sempre stata grande stima reciproca.
A proposito di lavoro di squadra, come ha vissuto il periodo dell’emergenza Covid?
È iniziato con molta paura, anche per me stesso: non ero più giovanissimo ed ero quindi esposto a rischi. In quel periodo in Italia sono deceduti circa 300 medici. Insieme ad altri colleghi senior facevamo parte di una rete di coordinamento USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), che si recavano a domicilio. Io e altri medici anziani facevamo da coordinatori: i colleghi ci contattavano per esporci i casi e noi valutavamo se inviare il medico dell’USCA a casa del malato. Poi, man mano che il virus ha perso aggressività, le Unità hanno terminato la loro funzione.
Che cosa ci ha salvati dalla pandemia, secondo lei?
La vaccinazione e il tempo, che ha portato il virus a mutare riducendone la virulenza. Questa esperienza deve farci riflettere sull’importanza dell’unione, del lavoro di squadra e della ricerca scientifica.
Come ha vissuto l’evoluzione della tecnologia in medicina dagli esordi a oggi?
All’inizio usavamo soprattutto i nostri sensi: le mani, gli occhi, l’udito tramite lo stetoscopio e, soprattutto, l’anamnesi. Un mio professore universitario diceva che un’accurata raccolta di informazioni è già metà diagnosi. Avevamo strumenti di base come la radiologia tradizionale. Poi è arrivata l’ecografia, una vera rivoluzione innocua per il paziente, e successivamente la diagnostica per immagini avanzata: TAC, Risonanza Magnetica e PET. La tecnologia ci ha aiutato moltissimo, ma oggi si rischia talvolta di abusarne, prescrivendo esami prima ancora di aver visitato il paziente. Credo invece che la diagnostica vada richiesta solo dopo un’accurata valutazione clinica. La tecnologia è un supporto straordinario e indispensabile, si pensi alla prevenzione oncologica, come la mammografia per il tumore al seno.
Raccomanda quindi con forza la prevenzione?
Assolutamente sì, in ogni ambito, anche perché l’età d’insorgenza di molte patologie si è abbassata. Per le forme tumorali più frequenti esistono programmi di screening gratuiti organizzati dall’ASUR, come quelli per il seno, la cervice uterina e il colon-retto. A questo va affiancata l’anamnesi familiare: se un paziente ha una familiarità per il tumore al colon, ad esempio, è bene indirizzarlo subito verso una colonscopia.
L’anamnesi spetta al medico di base, ma oggi questi professionisti sono sempre meno e sommersi dal lavoro. Perché si è arrivati a questa situazione?
È diventata una branca meno attrattiva per via dell’elevato carico di lavoro, della burocrazia e delle responsabilità legate alla spesa sanitaria. Io la considero una professione impegnativa ma bellissima. Certo, le pratiche amministrative tolgono tempo prezioso ai pazienti, ma in questo ci si può far affiancare da personale di segreteria.
Parla con l’entusiasmo di chi è ancora innamorato del proprio lavoro. Se tornasse indietro, sceglierebbe di nuovo la medicina di famiglia?
Sì, senza alcun dubbio.
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Intendo proseguire con questo ritmo: visitare occasionalmente qualche paziente e godermi i miei due nipoti, che adoro. Ho una famiglia splendida a cui voglio molto bene e che me ne vuole; da questo punto di vista mi sento davvero appagato.
Ha un messaggio da rivolgere ai suoi ex assistiti?
L’augurio più grande è di conservare la salute e di avere cura di sé stessi, perché stare bene è la base di tutto. Non trascurare i sintomi e fare prevenzione.
Dottore nell’animo e nei fatti. Grazie per la sua disponibilità e un affettuoso augurio per il suo futuro!








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