24 agosto 2016, poco dopo le tre del mattino.

«Stavo leggendo quando un boato tremendo ha scosso la casa. Era una struttura in pietra del Seicento. Io e mia moglie ci siamo riparati d’istinto sotto l’architrave in pietra della finestra. Cessata la scossa, siamo scesi in strada e ci siamo incamminati verso Arquata per sincerarci delle condizioni di mia suocera. Durante il tragitto siamo passati sotto le macerie della casa del mio amico Rocco: in quel momento era sepolto lì sotto, ma per fortuna è stato estratto vivo dopo circa diciotto ore. Arrivati nella piazza di Arquata abbiamo trovato tantissima gente, ma anche grande confusione, terrore e, purtroppo, persone che non ce l’avevano fatta. Insieme a mia suocera siamo scesi tutti verso il campo sportivo nella frazione Borgo, un terreno pianeggiante dove la Protezione civile ha allestito un primo punto di soccorso e dove oggi sorge l’area SAE.»

A dieci anni dal terremoto di magnitudo 6.0 che ha devastato il Centro Italia, sono tornata nei luoghi del sisma per capire cosa sia rimasto di quelle comunità. All’ombra della tettoia del bar del villaggio SAE di Borgo di Arquata ho incontrato Ermanno Cellini, maestro elementare da poco in pensione e profondo conoscitore della memoria locale, insieme a Corrado, storico panificatore del paese.

Guardando il reticolato delle casette d’emergenza immerse nel silenzio, chiedo ad Ermanno come si svolga la quotidianità all’interno di questi moduli abitativi.

«Come si vive nelle casette?» «Si vive bene, anche se sono piccole. Vivo in un alloggio di 40 m² con mia moglie Marina. Abbiamo avuto qualche difficoltà soltanto durante il periodo del lavoro online da casa: essendo entrambi insegnanti, dovevamo occupare ambienti diversi della casetta pur di garantirci un minimo di riservatezza.»

«D’inverno la casetta è calda?» «Sì, si riscalda facilmente e trattiene bene il calore.»

«Cosa manca in quest’area? Vedo qui un bar e qualche esercizio commerciale.» «Più di tutto manca la piazza, l’agorà, come dicevano i greci. Mancano le persone. I giovani, per esempio, se ne sono andati tutti: chi a Roma, chi ad Ascoli o a San Benedetto del Tronto. Oltre alle persone mancano anche i servizi essenziali. La posta non funziona con regolarità e la banca, essendo operativa prevalentemente online, crea disagio agli anziani che non sanno usare il computer.»

Osservando l’area attorno a noi, il pensiero va spontaneamente ai più piccoli e alla presenza dei giovani nel comune.

«Bambini invece ce ne sono? Qui non se ne vedono. Nella scuola dove ha insegnato quanti ne sono rimasti?» «Nella scuola ci sono circa 60 ragazzi iscritti alla primaria e alla secondaria di primo grado, che provengono dalle varie frazioni del comune ma anche dal Lazio, come Grisciano o altri paesi vicini. Nello specifico ci sono 19 bambini alla materna, 21 alla primaria e il resto alla secondaria di primo grado. Dopo le medie, questi ragazzi lasceranno Arquata per andare ad Ascoli o altrove per frequentare le scuole superiori.»

«Si percepisce un sentimento di sconforto nelle persone adulte, ed i motivi sono evidenti. Ma con i ragazzi come avete lavorato per infondere loro speranza nel futuro? L’insegnante come si presenta davanti agli alunni e con quali strumenti riesce a trasmettere positività?» «Noi siamo stati resilienti e spesso abbiamo tenuto il nostro avvilimento per noi. A scuola con i ragazzi abbiamo puntato su un’attività didattica e ricreativa: abbiamo insistito sulla conoscenza della musica, anche classica, e del teatro, che possono aiutare molto. Li abbiamo fatti salire sui palchi per dare sfogo alle loro emozioni. Io e mia moglie, insieme ad altre persone, abbiamo scritto e messo in scena con i bambini della primaria, uno spettacolo dal titolo “Parole e musica: la nostra resilienza.” Abbiamo persino suonato davanti a Papa Francesco, che ci è stato vicino e ci ha commosso con la Sua presenza.»

Spostando lo sguardo verso l’ingresso del paese, il discorso cade sui cantieri e sui lunghi tempi della ricostruzione.

«Per la fine di agosto è stata annunciata l’apertura dei cantieri nelle zone perimetrate. Cosa mi può dire della ricostruzione della sua casa? È soddisfatto di come viene realizzata?» «In sostanza sì, solo che noi proprietari non abbiamo molta voce in capitolo e non possiamo decidere granché. Per esempio, il costruttore ha ordinato le finestre e io non so nemmeno di che colore saranno; amo il legno e mi sarebbe piaciuto usarlo, ma non ho potuto.»

«Sono tanti dieci anni da vivere in una casetta?»

«Si, sono arrivato quasi al limite.»

«Chi ritenete responsabile per il ritardo nella ricostruzione?»

«Lo Stato ha stanziato i fondi per la ricostruzione, ma non ha contemplato altre variabili: per esempio ha dato troppo potere ai costruttori e ai progettisti. Sono stati affidati diversi appalti alle stesse imprese, che non avendo sufficiente manodopera non sono riuscite a lavorare con ritmi solerti. Forse si poteva dare più libertà ai proprietari delle case per organizzarsi autonomamente.»

«Per svagarsi, quindi, lei viene in questo bar durante le sue giornate?»

«Sì, per me questo è un momento di svago. Faccio un aperitivo e quattro chiacchiere con qualche amico.»

A quel punto della conversazione si unisce a noi Corrado, seduto allo stesso tavolo.

«Oggi è insieme al signor Corrado. Anche lei è un abitante delle SAE?» «Sì, abito in una casetta di 60 m² insieme a mia madre, che accudisco.»

«A che punto sta la ricostruzione della sua casa?» «La ricostruzione della mia casa è iniziata circa 3 anni fa ed è a metà dell’opera.»

«Quindi ci vorrà altrettanto tempo per vederla abitabile?» «Sì, i lavori procedono a rilento e adesso si sono fermati per un po’. Mancano gli operai e quelli presenti a volte non sono specializzati. Le ditte prendono troppe commesse che poi non sono in grado di portare a termine nei tempi prestabiliti: la forza lavoro è insufficiente rispetto alla quantità di interventi da eseguire. Questo è il problema più grande.» (Ermanno aggiunge: «Lo Stato avrebbe dovuto limitare il numero di cantieri in base al numero di operai: hai dieci operai? Prendi due cantieri, non di più»).

«Lei, Corrado, aveva un forno che ha chiuso dopo il terremoto. Perché non ne ha aperto un altro in seguito?» «Potevo farlo all’interno di un container, ma non l’ho ritenuto adeguato. Un panificio comporta spese notevoli e ci deve essere la popolazione che acquista il pane. Prima eravamo circa 1200 abitanti, adesso siamo intorno a 600 distribuiti nelle 12 frazioni del comune. Produrre il pane per poi doverlo trasportare altrove, ad esempio ad Ascoli, con ulteriori spese, non avrebbe avuto alcun senso.»

Di fronte a un percorso di ricostruzione così complesso, sorge spontanea la domanda sul futuro.

«Corrado, ha mai pensato di andare altrove?»

«No, dove dovrei andare? È questa la nostra terra, che amo e dove mi trovo bene, nonostante tutto.»

«E a lei, Ermanno, cosa la trattiene ad Arquata, al punto di sacrificare dieci anni della sua vita per vivere in una casetta di 40 m²?»

«Sono rimasto per la bellezza del posto. Per la natura, per le camminate in montagna, per le passeggiate lungo il fiume, per ammirare la neve, per lo sci di fondo e per il silenzio, ma insieme a mia moglie Marina, siamo rimasti soprattutto perché abbiamo compreso la sofferenza dei bambini e il loro bisogno di averci accanto.»

Corrado: «E per il buon vino e il buon cibo!»

Ermanno: «Io sono arrivato ad Arquata da bambino perché qui c’era venuto da Ripatransone, il mio paese natale, un prete, considerato un santo, Don Antonio Fazzini. Lui mi ha insegnato ad amare la montagna: era zoppo, ma questo non gli impediva di accompagnarci in escursione tra i monti, ad Amatrice o a Capricchia. È stato il mio primo maestro ed è per seguire il suo esempio che anch’io, a mia volta, sono diventato un insegnante. Inoltre, ad Arquata ho trovato l’amore, mia moglie Marina.»

L’eredità di Arquata

Dopo la nostra chiacchierata, alla quale nel frattempo si sono uniti un padre e un figlio venuti in visita ai parenti, Ermanno si offre gentilmente di farmi da guida per mostrarmi la Arquata di oggi. Nessuno meglio di lui, un maestro delle elementari attivo nella vita sociale del paese e animato da un amore sviscerale per questo borgo, avrebbe potuto spiegarmi com’era Arquata prima che la terra tremasse. Indicando la fitta vegetazione che ha ormai sommerso gran parte delle macerie, rievoca con orgoglio la maestosa Rocca medievale, fortezza di avvistamento e difesa, e la piazza principale, un tempo gremita di persone e meta di passeggiate anche per chi saliva dalla costa.

Quella memoria viva, narrata con comprensibile amarezza dentro la cornice di una natura silente e maestosa, si converte gradualmente in una potente lezione di vita. La compassione iniziale cede il passo a un senso di rispetto profondo per una comunità che ha saputo resistere con tenacia. Tuttavia, questa resilienza non può e non deve diventare un alibi per le istituzioni. C’è una critica severa che va rivolta a chi, detentore del potere decisionale e burocratico, ha trattato la pazienza di questa gente come una risorsa inesauribile. Confondere la dignità con la rassegnazione è stato il più grave errore di valutazione: frammentare la ricostruzione in mille vincoli macchinosi, concedere appalti a cascata a ditte prive di forza lavoro idonea e ignorare la voce di chi quei luoghi li vive quotidianamente ha significato prolungare artificialmente un’emergenza durata dieci anni.

La resilienza umana ha un limite temporale e psicologico, oltre il quale subentra il rischio di un definitivo e irreversibile spopolamento. La vera morale che Arquata ci consegna non è soltanto quella dell’amore incondizionato per le proprie radici e per la terra natia, ma è un monito civile urgentissimo: una comunità non si ricostruisce soltanto edificando pareti in cemento o riparando tetti, ma restituendo alle persone il senso della dignità, la centralità nelle decisioni, i servizi essenziali e la speranza concreta di poter tornare a vivere, e non semplicemente a sopravvivere, nei propri paesi.


Arquata nella memoria:

FocaraccioIl 9 dicembre era l’evento che aspettavamo per tutto l’Autunno. Cominciavamo a raccoglier rami e ginestre a partire da novembre: dopo la scuola, verso le 14.30. Ci ritrovavamo in piazza per andare verso “le castagne” e fino alla “Botte”; tutti, bambini e ragazzi, ci inerpicavamo rincorrendoci per quei sentieri irti, facendo a gara per chi raccoglieva più rami, ginestre, sterpi, che poi legavamo in fascine e trascinavamo fino alla Rocca, davanti alla “Cameretta dell’acqua”, dove si sarebbe acceso il “fuoco”. Ritornavamo quasi sempre pieni di lividi e di graffi, ma contenti e felici. Due o tre giorni prima dell’Immacolata i grandi piantavano il “palo” e noi, intorno ad esso, ammucchiavamo la “nostra” catasta. (…) Abbiamo conservato questa tradizione anche quando eravamo rimasti in pochi e soltanto negli ultimi anni, purtroppo e con sofferenza, non si è più rispettata perché eravamo davvero pochissimi ma ognuno in cuor suo, a casa, guardando il cammino acceso la sera del 9 dicembre rivede i volti, sente i canti, segue la scia luminosa….Quando Arquata rinascerà, il nostro Focaraccio dovrà tornare.”

da Frammenti, di Marina Buccuccia – Associazione ArquataFutura – Arquata del Tronto

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Sono Ana

In questo spazio voglio raccontarvi storie vere, storie di persone che lavorano con le mani e con il cuore, che non si arrendono mai. Gente che, con passione e determinazione, ogni giorno costruisce il futuro delle Marche. Mani nelle Marche è un viaggio attraverso le comunità, quelle che, senza clamore, tendono la mano a chi è in difficoltà, convinte che nessuno debba restare indietro. Parlerò dell’altruismo di chi non si ferma, della forza di chi affronta le sfide quotidiane con il solo desiderio di fare la propria parte. Perché in queste terre, la voglia di farcela è il motore che muove tutto. E sono queste storie autentiche che voglio raccontarvi, storie che meritano di essere conosciute.  

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