Oltre le mura di Castrogno: la storia millenaria dei Daci

Durante i mesi estivi, negli istituti penitenziari si registra il naturale rallentamento delle attività trattamentali e la sospensione dei corsi scolastici. È una pausa prevista dal calendario, che lascia però più tempo libero alle persone detenute. Proprio per questo, alcuni di loro hanno manifestato il desiderio di mantenersi attivi, chiedendo di poter proseguire, anche nel periodo estivo, con iniziative e progetti capaci di offrire occasioni di apprendimento e di confronto.

È da questa richiesta, emersa durante i consueti colloqui di osservazione con i detenuti stranieri, che ha preso forma l’idea di proporre un’attività culturale pensata per accompagnare le giornate estive con un’occasione di approfondimento. Con il benestare della direttrice Maria Lucia Avantaggiato e il supporto organizzativo della capo area educativa Patrizia Bruna, è stato così avviato un mini-progetto culturale a costo zero rivolto a un gruppo di detenuti rumeni della prima sezione, dedicato alla storia dell’antico popolo dei Daci.

Riscoprire l’identità attraverso le radici

Per la comunità rumena, la memoria dei Daci è fondamentale: a distanza di oltre duemila anni, molti degli usi e dei costumi attuali affondano le radici proprio in quell’epoca. Ritornare alle origini aiuta a comprendere la costruzione della propria identità, un elemento ancora più prezioso per chi vive l’esperienza dell’emigrazione. Conservare un solido senso di appartenenza culturale offre un modello di comportamento basato su regole sociali condivise e sul rispetto reciproco. Sapere di discendere da una popolazione antica, retta, coraggiosa e mossa da un profondo amore per la libertà dona consapevolezza e dignità.

Questa memoria collettiva trova linfa in un ritratto storico dai tratti leggendari: per quanto le testimonianze sui Daci non siano numerosissime, limitandosi alle descrizioni di Erodoto e Strabone, ai resoconti delle campagne di conquista romane e ai reperti archeologici, la loro storia è ricca di fascino. Guidati da grandi re come Burebista e Decebalo, i Daci erano un popolo diligente, privo di mire espansionistiche ma pronto a difendere la propria terra, situata nell’arco dei Carpazi e ricca di minerali, legname e fiumi imponenti come il Danubio.

Il percorso formativo ha alternato momenti teorici a visioni multimediali. Dopo una prima introduzione storica, il gruppo ha assistito alla proiezione del film I Daci (1967) di Sergiu Nicolaescu, incentrato sulle campagne dell’imperatore Domiziano. L’accuratezza visiva delle armature, dei vestiti e dei simboli storici, come il celebre stendardo del draco dacico, ha permesso di osservare da vicino la vita dell’epoca. Il percorso è poi proseguito con un documentario storico e si è concluso con un approfondimento sulle tradizioni invernali, daciche, dal 2013 riconosciute Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco.

Parlare delle feste invernali, con le caratteristiche maschere di orsi, cavalli e spiriti maligni scacciati dal nuovo anno, ha permesso di alleggerire l’afa estiva attraverso il ricordo di ritrovi familiari che tutti i partecipanti condividono. Gli incontri si sono svolti in un’atmosfera distesa e informale: non essendoci una dinamica rigida tra insegante e studenti, ciascun partecipante ha potuto condividere le proprie conoscenze, arricchendo il gruppo e ritrovando fiducia nelle proprie capacità. Spesso chi si trova in carcere soffre di una bassa autostima e stenta a credersi meritevole di un cambiamento; al contrario, la psicologia e le scienze sociali dimostrano che la riabilitazione è sempre possibile. A questo proposito, come evidenziano gli psicologi e criminologi James Bonta e Donald A. Andrews ne The Psychology of Criminal Conduct:

«Il cambiamento comportamentale dei detenuti avviene quando si agisce sui loro bisogni criminogeni modificabili, come la bassa autostima, il senso di alienazione e la mancanza di regole sociali, adattando l’intervento alle specifiche caratteristiche culturali e personali dell’individuo.»

La ricchezza di una storia stratificata

La storia rumena dimostra come l’identità di un popolo sia il frutto di un’affascinante stratificazione: daci, romani, poi influenze slave, turche, greche, ungheresi e tedesche convivono in una sintesi unica. La Romania rappresenta un esempio singolare nel panorama europeo: l’unico popolo di lingua latina parlata su tutto il territorio, circondato da nazioni slave, a maggioranza cristiano-ortodossa.

Conoscere il carattere pacifico e dignitoso dei propri antenati spinge i discendenti a identificarsi con modelli positivi. Comprendere di appartenere a una storia millenaria e ricca di valore permette di guardare a sé stessi con occhi diversi, superando il senso di svalutazione personale per riscoprire il valore delle proprie azioni nel presente.

Una risposta concreta al tempo estivo

Questo piccolo “viaggio nella storia” mostra come, anche nei mesi estivi, la dimensione educativa e culturale non possa essere considerata un elemento accessorio della vita penitenziaria. Quando la programmazione ordinaria rallenta o si interrompe, il rischio non è soltanto quello di avere più tempo vuoto, ma che quel vuoto diventi assenza di stimoli, di relazioni e di prospettive. Proprio per questo, mantenere attive occasioni di confronto e apprendimento significa dare continuità a un percorso che non dovrebbe essere sospeso dal calendario.

La psicologia penitenziaria e la criminologia contemporanea riconoscono nei percorsi culturali, educativi e formativi uno strumento importante per sostenere il benessere della persona e accompagnare il futuro reinserimento sociale. In questa prospettiva si inserisce il Good Lives Model elaborato dallo psicologo Tony Ward, secondo il quale il cambiamento non passa esclusivamente dalla limitazione dei comportamenti a rischio, ma anche dalla possibilità di costruire competenze, significati e un’identità orientata verso obiettivi socialmente positivi.

Le attività culturali assumono quindi un valore che va oltre il semplice intrattenimento: possono aprire uno spazio nel quale la persona detenuta torna a interrogarsi sulla propria storia, confrontarsi con quella degli altri e acquisire strumenti per immaginare possibilità diverse. Anche un’iniziativa circoscritta, se pensata all’interno di un progetto educativo coerente, può trasformare il tempo della detenzione da tempo semplicemente trascorso a tempo nel quale qualcosa può ancora essere costruito.

In fondo, è questa la responsabilità più concreta dell’educazione in carcere: non riempire il tempo, ma impedirgli di diventare vuoto.

Sono Ana

In questo spazio voglio raccontarvi storie vere, storie di persone che lavorano con le mani e con il cuore, che non si arrendono mai. Gente che, con passione e determinazione, ogni giorno costruisce il futuro delle Marche. Mani nelle Marche è un viaggio attraverso le comunità, quelle che, senza clamore, tendono la mano a chi è in difficoltà, convinte che nessuno debba restare indietro. Parlerò dell’altruismo di chi non si ferma, della forza di chi affronta le sfide quotidiane con il solo desiderio di fare la propria parte. Perché in queste terre, la voglia di farcela è il motore che muove tutto. E sono queste storie autentiche che voglio raccontarvi, storie che meritano di essere conosciute.  

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